La Bologna “passatista” di Marinetti

Filippo Tommaso MarinettiPiovvero ortaggi e perfino un pezzo di schienale delle poltrone, volarono schiaffi e cazzotti, ci furono urla e fischi alla prima rappresentazione teatrale che Filippo Tommaso Marinetti tenne a Bologna, il 19 gennaio del 1914 al Teatro del Corso, con la declamazione di «Bombardamento di Adrianopoli». Chiuso il sipario la rissa continuò al vicino Caffè San Pietro, in via Indipendenza, rafforzata dalla partecipazione di un letterato quale Armando Mazza e di un lottatore bolognese come Renato Gardini.

E il giorno seguente all’Università un comizio di Marinetti, contro le «dittature dei Croce e degli Oliva», fu bloccato dai bidelli e finì con una surreale battaglia a palate di neve. In questo modo sotto le due torri arrivò il ciclone futurismo a sconvolgere gli equilibri di una città che lo stesso Marinetti definiva “passatista”.

Avanguardia che incuriosì giovani artisti come Giorgio Morandi, Severo Pozzati, Giacomo Vespignani, Osvaldo Licini, Mario Bacchelli, protagonisti di una mostra blitz nei sotterranei dell’hotel Baglioni, per una sola notte, tra il 20 e il 21 marzo dello stesso anno. Una rivoluzione che Bologna prima accolse con fervore ma che poi non seppe trattenere, sviluppare, celebrare.

E’ significativo che il famoso Manifesto futurista, scritto da Marinetti nel 1908, fu pubblicato per la prima volta il 5 febbraio del 1909 dalla Gazzetta dell’Emilia, anticipando l’uscita su Le Figaro di Parigi, il 20 febbraio (considerata ufficialmente la data di nascita del movimento). E ancora che la città emiliana, divenne in un certo senso la capitale della musica futurista, con le case editrici Pizzi e Bongiovanni prime a pubblicare le opere del musicista futurista Francesco Balilla Pratella, proveniente da Lugo, tra le quali «Musica futurista opera 30», con una copertina realizzata appositamente da Umberto Boccioni. Ma Marinetti lo aveva capito: Bologna è una città passatista, è qui «che sistematicamente vengono a sedersi e perciò a morire i poeti che dà la razza italiana».

Anche se il futurismo divenne per definizione il movimento delle capitali europee, come Milano e Parigi, non mancarono in Emilia protagonisti importanti e vicende curiose, come ricorda la mostra «Bologna. Avanguardia futurista», promossa dalla Fondazione Carisbo e curata da Beatrice Buscaroli, che oggi pomeriggio ha inaugurato a Palazzo Saraceni, in via Farini 15, alla presenza del presidente della Fondazione (oltre che nostro, ndr) Fabio Roversi Monaco.

Il percorso si snoda attraverso una sessantina di pezzi, tra dipinti, disegni e documenti, raccontando i diversi episodi del futurismo bolognese. A partire dalla prima mostra all’hotel Baglioni, che in realtà mostrò quanto poco futuristi erano i giovani bolognesi. Poi riproponendo artisti che maggiormente seppero raccogliere le istanze di Marinetti e Boccioni: Ago, nome d’arte di Antonio Agostini, Aterol, Athos Casarini, Angelo Caviglioni, Tato, all’anagrafe Guglielmo Sansoni.

Fu proprio quest’ultimo uno dei più attivi protagonisti del movimento in città, almeno fino al suo trasferimento nel 1924 a Roma. Lui, tra i firmatari del manifesto dell’ «Aeropittura», organizzò la prima vera mostra futurista a Bologna, il 21 gennaio del 1922 al Teatro Modernissimo, seguita da una seconda nel 1924, e da un «aerobanchetto di gastronomia futurista» nel 1931.

La sua adesione al movimento fu celebrata da un curioso corteo davanti alla sede della Questura, con un carro funebre in testa da cui uscì l’artista rinato (ma immediatamente arrestato) e la sua «casa d’arte», divenne un po´ la centrale del movimento in città e punto di produzione di arredamento, oggetti, quadri, pubblicità.

Athos Casarini fu tra i primi futuristi ad esportare il movimento in America, dove si trasferirà nel 1909, mentre il primo quadro futurista bolognese, «I trams», è di Angelo Caviglioni, figlio di ferroviere e quindi più ispirato alla velocità dei treni che degli aerei.

La mostra rimarrà aperta fino al 30 aprile, tutti i giorni, dalle 10 alle 19: ma per i pigri, i super-impegnati, o tutti quelli che comunque non riusciranno a visitarla, ecco un bell’assaggio del Marinetti poeta, espresso in questa formidabile ‘Ode all’automobile da corsa’ del 1905: buon ascolto.

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Per ora 2 COMMENTI a “La Bologna “passatista” di Marinetti”

  1. AdrianoPoli ha scritto:

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    vampe vampe
    vampe
    vampe vampe vampe (ribalta dei forti) laggiù dietro quel fumo Sciukri Pascià comunica telefonicamente con 27 forti in turco in tedesco allò! Ibrahim! Rudolf! allò allò!

  2. marco ha scritto:

    Si che è vero, Bologna è veramente un pò passatista e passatella.
    Vero che per fortuna c’è stata e c’è l’Università che ci porta un pò di gente nuova, con idee nuove, frizzanti, croccanti, saporite, mescolandosi giustamente il gusto del salato con il dolce !

    Sarebbe bene che anche altre entità potessero far veder passare con altrettanta influenza, cultura come contatti economici e magari mescolare il tutto, in un unica soluzione, foriera di molteplici incrementi e sviluppi

    Questo può essere quello che prendo io dal futurismo, per il resto mi pare che non m’interessi …. preferisco incontrare il mondo nel, (a confronto!), lieve suono dei rumori naturali, con la sola aggiunta, a causa mia, del fruscio, scricchiolio delle ruote della bici, fra l’erba, sui sassolini, nel fango, nella neve … quello che la natura ci fa trovare, senza tanto bisogno dell’intervento umano, mi sembra più appetibile dell’espressione futurista che a confronto dell’altra mi smuove poco l’appetito.

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