La prima volta, quando mi “staccai”… e poi !!
Laggiù, in fondo, in fondo ai ricordi, ne ho uno che non rispolvero da tempo: quando imparai cosa fosse l’equilibrio. Capacità ambita ma che intimoriva anche parecchio.
Ero a casa della nonna, per tanto l’abbiamo chiamata così, infatti il nonno non c’era più. Di lui mi rimanevano due cose: un orologio (l’ultimo che comprò, da polso, dopo che l’orologiaio gli disse che l’altro non credeva proprio di riuscire a ripararglielo) e la sua bici. L’orologio me lo avrebbero dato solo quando fossi diventato più grande; la bici invece era sempre disponibile.
Era alta: l’usavano, ogni tanto, gli zii. Una sfida era sempre aperta data la facilità di reperimento del mezzo. E cominciai a provarci.
Il manubrio era enorme, con le manopole piegate ad angolo retto rispetto al tratto lungo; i freni, due aste metalliche; il colore, quel grigio-verde che sapeva di militare e poi i pedali. Quattro corpi ognuno, collegati fra loro da un disegno più sottile.
La rampa dei garage era il punto critico, non si poteva sbagliare. la discesa era anche mossa da una curva sulla destra che permetteva d’entrare nelle autorimesse, se si stringeva la curva subito, s’acquistava velocità, sfruttabile riaprendo repentinamente la curva, prima d’incontrare il muro o il rubinetto che sporgeva dallo stesso.
Altrimenti, un altro passaggio difficile era il marciapiedi. A fianco gli correva la cunetta, profonda anche venti centimetri, conduceva “di dietro”, cioè sul retro della casa, dove si poteva pedalare un pochino di più e raggiungere il pollaio, nonostante la presenza della Iula che voleva sempre giocare (era il pastore tedesco posto a guardia dei polli, oltre l’orto).
Ma quando fu che mi staccai ?
In realtà non mi “staccai” da nessuno, feci da solo. Sulla bici potevo stare solo in piedi sui pedali, infatti se fossi stato seduto, non sarei arrivato ai pedali in modo continuativo.
Presi il manubrio e salendo in piedi sul pedale più alto mi lanciai, badando a tenere il manubrio dritto, naturalmente … caddi diverse volte, il mio vantaggio però era che con le ruote così alte, facevo presto a rimanere in equilibrio: trovatolo, non lo persi più.
Subito mi trovai a pensare che il giardino della nonna fosse troppo piccolo per me, mi aspettava altro, pensavo. Avevo già otto anni, ero diventato un altro, ero diventato libero.
Tornato a casa, tornato a casa mia (abitavo in via Dagnini, fuori Santo Stefano), cominciai la ‘solfa’ con mia madre, volevo una bici.
Le strade vicino a casa dilagavano nei campi, dove ogni tanto, sorgeva un cantiere per la costruzione di una casa; quando bisognava andare in centro, dovevamo raggiungere via Laura Bassi per arrivare al capolinea dell’autobus.
Era un altro mondo, praticamente le auto si vedevano passare in un polverone; ma di parcheggiate, pochissime.
Quello che “tinteggiava” il circondario nei pomeriggi, erano i gruppi di ragazzini in bicicletta. Ci cercavamo, giocavamo, andavamo a giocare a pallone nei campetti, della parrocchia o dentro la Lunetta Gamberini o nei cortili più grandi, con ‘campi’ fatti da noi, all’istante.
E le bici erano sempre là, con noi, più come mezzo di trasporto che come gioco.
Alla fine ottenni quella di tanti, la Graziella ! Santa Graziella, martire di tanto uso, anche sperequato.
Con lei andavamo dappertutto, era un’antesignana dell’odierna mountain, infatti ci si andava lungo il Savena, (anche… dentro, delle volte !) oppure su per via Varthema per scendere dritto per via Marchetti a rotta di collo !
Da più grande, pensavo che fosse un po’ un mondo passato e basta. Non poteva più essere che negli assolati pomeriggi d’estate, alle 2, alle 3 del pomeriggio si sentisse per tutto il quartiere, solo, esclusivamente, incombente, forse un po’ inquietante, il “rombo” dei pattini che correvano sulla zigrinatura delle mattonelle usate per pavimentare i lunghi portici di via Dagnini. Unito a quello dello scatto libero delle bici che andando e riandando, nell’ombra fresca della velocità sotto al portico, si lanciavano l’eco in attesa che facesse meno caldo, per andare a “girare”; e nel frattempo si piluccava un cof o magari uno split.
Dalle mie parti il cof era ovviamente il ghiacciolo, mentre lo split era un fior di latte, montato sempre sul bastoncino, guarnito con una copertura all’albicocca che bisognava sciogliere, ma che i più forti mordevano anche subito.
Anche oggi i ragazzini hanno il diritto di vivere il territorio come abbiamo fatto noi, senza partecipare soltanto alla silente ed allampanata realtà virtuale. Le auto non sono noi, non sono le nostre gambe: servono, ma solo in poche occasioni; per il resto ci contengono, ovvero non ci fanno muovere.
Martin Luther King disse d’avere un sogno. Non credo si sia realizzato del tutto, ma penso che molto di quello che si era sognato si sia concretizzato.
Nel mio piccolo, molto più modestamente e molto più modesto, anch’io ho un sogno; e credo che se si è avverato il suo che era molto più grande, molto più importante del mio, credo che a maggior ragione il mio s’avvererà, dato poi che in altri posti si è già avverato.
Non si può tornare a quella realtà sopra descritta, ma sogno d’avere sempre una pista ciclabile liscia e dritta, a fianco delle strade dove i mezzi a motore possono camminare ad una velocità superiore ai 30 km/h.
Così si potrà tornare a sentire, abbastanza spesso, lo scatto libero fare le “fusa” !!
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14 novembre 2009 alle 18:58
Grande spaccato di vita vissuta: con quel gusto un po’ retrò di chi già frequentava Bologna negli anni ’60
Almeno tu, difficoltà a parte, già ad otto anni sei riuscito ad imparare cosa fosse l’equilibrio, e alla fine addirittura a diventare libero: ho il dubbio che ci siano alcuni, fra quelli – molto più cresciuti – che mi circondano tutti i giorni, che purtroppo non ce la faranno mai…