Acqua azzurra, acqua chiara
Terminato un periodo particolarmente intenso e difficile per il caporedattore di POSTFIERA.org (…), riprendiamo una rubrica che esplicitamente si propone di ‘rianimare’ un classico di un quartiere fieristico che fu (e che, come altre cose belle, forse non tornerà mai più), attraverso la riscoperta di alcuni suoi vecchi articoli: il giornalino ufficiale di quella che ancora si auto-definiva ‘Isola Felice’, Chiacchiere & Distintivo.
Per proseguire il discorso, questa volta abbiamo scelto una delle tante produzioni di uno dei suoi più assidui collaboratori.
Stavolta è infatti il turno del Professor Alberelli, lo pseudonimo che all’epoca venne affibbiato ad un noto collega che, in epoche successive, alla divulgazione storico-scientifica scelse il pedale…
Dal numero 1 di Chiacchiere & Distintivo, pagina 2:
ACQUA AZZURRA, ACQUA CHIARA
Fin dalla notte dei tempi, prima gli animali e poi gli esseri umani hanno cercato il modo migliore per approvvigionarsi di acqua con comodo: tutte le civiltà, quindi, hanno misurato la propria cultura anche su come riuscivano a gestire il problema della ricerca e sfruttamento delle risorse idriche.
Ad esempio i Maya, nelle loro città fortificate in cima alle montagne andine, non disponevano di molte possibilità oltre all’acqua piovana, raccolta in cisterne ed utilizzata prima dal re, poi dai sacerdoti ed alti dignitari di corte, e poi ‘a cascata’ (mai termine fu più appropriato) da tutti gli altri.
Per gli Egizi il problema era diverso:avevano l’acqua del grande Nilo, che però era estremamente impura, e dovettero quindi inventarsi un originale meccanismo di vasche filtranti a base di sabbia fine per riuscire a sfruttarla.
In seguito, furono i Romani a permettere a diverse popolazioni di gioire del rifornimento idrico costante, grazie alla loro maestria nel costruire acquedotti, sia esterni ad archi sopraelevati sia scavati direttamente nel cuore delle montagne, per realizzare condotti con pareti non friabili, e potervi convogliare l’acqua di fonte scoperta più a monte; del resto fino al 1985 (!) l’acqua dei rubinetti della nostra città proveniva esclusivamente da uno di questi, perchè non si conosceva miglior metodo della pietra dura per trasportare l’acqua.
Sono trascorsi circa 800 anni da quando qui a Bologna si realizzarono imponenti opere idriche, tra cui la Chiusa di Casalecchio. Il corso del fiume Reno, allora molto più ricco di acque, fu deviato e venne costruito una specie di canale in pendenza che si dirigesse verso la città con l’impeto sufficiente a far girare le ruote di più di 4000 mulini (!), che vedevano impegnate circa 24000 persone: un record per l’epoca.
I mulini, oltre che dal Reno, con un sistema di canali attraversati da circa 1000 ponti ricevevano l’acqua anche dal Savena e dall’Aposa. A proposito, la leggenda dice che Aposa fosse il nome della regina etrusca venuta insieme al consorte a fondare la città: purtroppo la poverina, causa una piena (ancora oggi caratteristica del torrente) vi annegò, e così il re lo battezzò appunto col nome della moglie, e diede invece il nome della figlia Felsina alla città che bagnava.
C’erano poi due porti per barche di diverse dimensioni, di conseguenza un’ampia gamma di merci venivano commerciate via acqua, in particolar modo la seta, prodotta dagli opifici mossi dai tanti mulini (Bologna in quel periodo era chiamata anche la ‘Capitale della seta’), e le pelli lavorate.
L’importanza dei commerci aumentò tanto che divenne inevitabile il conflitto con la Repubblica di Venezia: nella battaglia definitiva, condotta in mare aperto, Bologna riportò una vittoria molto significativa per l’indipendenza dei propri traffici.
Ciò che non era riuscito ai Veneti con la forza, l’ottennero però i Re di Francia qualche tempo dopo. Prima Luigi XIII e poi i suoi successori vollero introdurre le seterie a Lione: per far ciò contattarono i maestri “mussolini” (dal nome della spoletta del telaio per la seta) bolognesi ed offrirono loro una fortuna perchè accettassero di trasferirsi al di là delle Alpi; da allora cominciò il lento ma inesorabile calo delle fortune bolognesi.
Le lavorazioni dei pellami trovarono più spazio, ma la città era già troppo densamente popolata per poter rimpiazzare le seterie con le conce, che davano problemi di inquinamento ed avevano un mercato più ristretto.
Via via che la città aumentava, si ritenne opportuno coprire i canali, che erano sempre serviti come fognature, oltre che come forza motrice. Risale al 1950 circa l’ultimo tratto di copertura di canale, è invece degli anni ‘70 il progetto e poi la realizzazione di una centrale idroelettrica all’incrocio tra Largo Caduti del Lavoro e Via Marconi, per sfruttare il salto di 14 metri che l’acqua compie in quel punto.
Recentemente sono terminati i lavori del primo tratto di pulitura e restauro del canale Aposa: speriamo ora che sia possibile trovare i fondi per proseguire i lavori che permetterebbero di meglio comprendere la grandezza e la laboriosità del tempo.


13 ottobre 2010 alle 01:15
Con le mani voglio finalmente bere, tàtàtà….
Notte
14 ottobre 2010 alle 12:38
Quelle volte avevano l’acqua, la risorsa, l’energia, immediatamente disponibile, fin e dove c’era.
Energia anche per il lavoro.
Adesso è calata un pò ovunque, con essa l’energia. Ne dobbiamo trovare di facile, senza consumarne per trovarla.
Quella del nostro corpo è decisamente immediatamente disponibile.
Nel nostro lavoro il traffico caotico ci porta danno.
tranquillità : fiere = Bologna : x
Cos’è x ?
Bisogna dare la risposta adesso, senza stare ad aspettare quella dei posteri ….