Cenni di preistoria fieristica

Area 48Da qualche giorno mi frulla in testa la musica degli anni ’80: thanks to Valerio per le idee, ma soprattutto il pacco di CD d’epoca che mi ha prestato, tenendomi alto lo spirito e facendomi così sopravvivere al SAIE (lui si che sa come far rendere al meglio i collaboratori, non arriverò mai al suo livello…).

Si sa però che a volte la mente vaga e prende giri imprevedibili, complice la ‘stagione del ripensamento’, l’autunno. O forse per me comincia ad avvicinarsi l’età dei ‘ricordi’ ed allontanarsi quella delle ‘azioni’ (gran brutto segno, peraltro ;-) ).

Fattostà che mi sono affiorate alcune impressioni di quel periodo, che probabilmente prima erano nascoste, ma che ora sono invece piuttosto nitide. E allora, prima che si sbiadiscano di nuovo, forse è meglio provare a ‘fissarle’, condividendole con voi.

Correva l’anno… 1982.

Mentre negli Stati Uniti usciva l’immortale ‘Blade Runner’, in Italia Vasco Rossi si esibiva al Festival di Sanremo arrivando ULTIMO con ‘Vado al massimo’ (in seguito qualche rivincita se la sarebbe pur presa…).

Nel nostro quartiere fieristico invece, verso la fine del mese di luglio, ebbe luogo la prima (ed unica) edizione di una mostra di strumenti musicali, abbinata ad una serie di storici concerti che si svolsero proprio dove pochi giorni fa, al SAIE, erano posizionate le gru a torre: nell’area 48. Per chi è capitato qui per caso e non conosce Bolognafiere, è la nostra area libera più grande: in un’altra manifestazione piuttosto conosciuta che si tiene qui, Il Motorshow, viene utilizzata addirittura per allestire una pista per macchine da rally o formula uno!

La manifestazione del 1982, chiamata con una certa fantasia MUSIC SHOW, durò la bellezza di 10 giorni; del resto, il calendario estivo dell’allora Ente Fiere era già piuttosto sgombro… Sul palco, allestito fra l’ex padiglione 27 e il 35 (che ancora si chiamavano con le lettere dell’alfabeto, credo H e P, ma qualcuno mi può sempre correggere ;-) ) si alternarono in quelle calde serate parecchi artisti interessanti, che in quegli anni andavano per la maggiore: ricordo Frank Zappa, John McLaughlin, The Police, Dr. Feelgood, Claudio Baglioni.

Come molti di voi sanno, il mio lavoro inizialmente era Addetto al Controllo Notturno (ruolo ormai estinto, o meglio appaltato da anni ad agenzie esterne). All’epoca ero iscritto all’Università, e mi guadagnavo qualche soldino con le fiere: più o meno come vedo fare adesso da parecchi colleghi che sono nati quell’anno o i successivi… :mrgreen:

Ma non divaghiamo… cosa dovevo fare al Music Show? La mitica Maietti – per i più giovani del quartiere fieristico: una sorta di Marcolin di allora, o forse qualcosa di più – mi aveva affidato quello che definiva ‘un incarico di fiducia’, pensando probabilmente di tirarmi la solita fregatura. Per questo mi erano stati affibbiati orari piuttosto insoliti, e che adesso avrei probabilmente qualche difficoltà a ‘smaltire’ fisicamente (ma, ripeto, allora avevo poco più di vent’anni): ero in servizio dalle 22 alle 4 di mattina (!) per 10 giorni, pardon dieci notti!

L’ineffabile Signora, col suo caratteristico modo di esprimersi (ancora adesso il suo miglior imitatore è sempre Valerio: se volete farvi un’idea di come parlava, provate a chiedere a lui) mi aveva più o meno fatto capire che durante i concerti la zona del back-stage (posizionata in fondo al padiglione 27 dalla parte dell’attuale padiglione 36, che allora però doveva ancora nascere) sarebbe stata gestita in proprio dall’organizzazione dei concerti. I miei capi però non si fidavano poi del tutto, e gli faceva comodo che ci fosse anche qualcuno di noi che, come si diceva allora, vigilasse sui beni dell’Ente: io, appunto.

Andò quindi a finire che per dieci giorni, regolarmente pagato, mi toccò quello che potendo scegliere avrei fatto anche gratis, o meglio avrei PAGATO io per fare: assistere tranquillamente a tutti questi concerti da una posizione privilegiata, proprio a lato del palco, assalito dalle ragazzine, ‘stimandomi’ una cifra in mezzo alle varie body-guards e fisicacci vari del servizio d’ordine (di cui però non condividevo le responsabilità), e vedendomi letteralmente passare di fianco molti dei miei idoli di allora.

Ricordo ancora perfettamente la partenza dei Police a fine concerto, ciascuno dei tre su una limousine bianca con autista, o Baglioni su un gippone (beh, nella preistoria si chiamavano ancora così, non SUV o altre strane sigle) anch’esso bianco, seduto a lato dell’autista e con TRE balde ragazzotte dietro, per non rischiare di annoiarsi… :mrgreen:

Finiti i concerti infatti, le ‘stelle’ della musica se ne andavano, il clamore pian piano si spegneva, e nell’Area 48 rimanevano solo le stelle vere ad illuminare i cosiddetti roadies, che avevano il compito di smontare e caricare tutto, per poi ripartire, diretti verso la prossima sede del tour di quell’artista.

Ed anche questa, ripensandoci, fu davvero una sorta di esperienza mistica, impagabile, che dal punto di vista umano forse mi ha lasciato quasi di più dei concerti: se a vent’anni, o poco più, fosse capitato anche a te di trascorrere quelle ore notturne a contatto con gli indimenticabili roadies di Frank Zappa, ad esempio (tutti attempati freakettoni yankees, che mi parevano appena usciti dal film di Woodstock), forse riusciresti a capire di cosa parlo!

Anche a te l’autunno fa questo effetto? Hai in testa il tuo personale ‘Come eravamo’, a BolognaFiere o altrove? E’ il momento buono, adesso o mai più…

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Per ora 16 COMMENTI a “Cenni di preistoria fieristica”

  1. Luciano Onder ha scritto:

    salute33@rai.it

  2. editor ha scritto:

    Capisco il senso: effettivamente un po’ rinco ormai lo sono, da parecchi punti di vista :-)

    Sono però convinto che provare a ‘gettare la maschera’ e cercare di raccontarti, di metterti in gioco (esercizio peraltro utile per tutti), su di te avrebbe effetti particolarmente benefici.

  3. te ha scritto:

    …….

  4. editor ha scritto:

    Come non detto! Buon divertimento.

  5. me ha scritto:

    1982: ero un ragazzino in un piccolo paese di provincia dove la pianura si perde senza scopo nell’orizzonte, la vita è una gora pigra e silente, e gli occhi non trovano nulla che possa fermarli. Un inconscio senso di stordimento e inquietudine verso una realtà di cui ero convinto fino a poco prima di essere parte e che, dopo anni vissuti in una identità totale, da quel periodo caduca, stentavo a riconoscere.

    Quell’estate passavo tutte le mattine dietro la chiesa del paese giocando a calcio per ore con gli altri ragazzini (due di loro, un mediano e un centravanti, riuscirono qualche anno dopo a vincere la coppa Italia provinciale in una finale giocata, combattuta e rimasta nella memoria storica del mio paese – 3 a 2 – contro una squadra ben più forte e titolata di Mantova città) in un campetto scalcagnato in cui i pali delle porte erano stati costruiti con i “cann dla sta”, i tubi usati per le stufe. Avevamo atteso i mondiali per mesi, io e Stefano, il mio libero, li avevamo desiderati con un’eccitazione nervosa. Non credo che per gli altri fosse stato molto diverso. Ricordo che, una volta iniziati, ci aveva colto un’amnesia collettiva: nessuno voleva più essere chiamato col proprio nome. Eravamo diventati improvvisamente una compagine interetnica dove convivevano giocatori di ogni nazione e continente (io mi ero innamorato di due portieri: N’Kono e Schumacher, nonostante il mio modello, perfetto e irraggiungibile, fosse da sempre Dino Zoff). Di colpo lo stillicidio dei giorni era stato invaso dalla voglia e dall’euforia di essere parte di qualcosa di molto più grande di noi. Sognavamo tutti lo stesso sogno e lo inscenavamo ogni giorno con una convinzione adulta.

    Bologna era lontanissima e la fiera per me significava soltanto la sagra patronale d’agosto dove iniziavo a guardare le ragazzine con le minigonne rosa e i primi trucchi ingenui che cercavano una futura identità attraverso i nostri occhi. Le guardavo e provavo una voluttà e una paura nuova. Non l’avrei mai confessato ai miei amici, quelli che già avevano il motorino, che cominciavano timidamente a perlustrare gli altri paesi e mi avrebbero convinto di lì a poco, senza mai chiedermelo, a fumare per dimostrare di essere grande anch’io.

    Nel pomeriggio, dopo la partita, andavo in un bar messo su da un ex “sutcaldera”, sottocaldaia: così vengono tuttora chiamati gli uomini che lavorano nei caseifici che producono il Parmigiano Reggiano. Era un uomo apparentemente burbero nei modi, laconico, onesto e buono di cuore, capace di osservare la gente; aveva avuto una gioventù di duro lavoro e la dignità di chi ha radici semplici, ma semplice non è. Era secco e allampanato, e sempre seduto in silenzio su una sedia, sempre la stessa, di fianco al bancone, da cui si alzava con tutta la flemma del mondo, a volte pronunciando parole smozzicate in dialetto per esprimere un disappunto mai sentito verso i clienti che lo costringevano ad alzarsi, anche noi ragazzini. A quell’ora sapeva del mio arrivo, mi preparava una granita con una tritaghiaccio che non ho più visto e, se lo chiamavo, si sedeva con me nello spiazzo antistante al bar che, guarda caso, dava proprio sulla facciata della chiesa a una cinquantina di metri dopo l’incrocio. Se non iniziavo io la conversazione, passavamo quel momento nel silenzio. E’ morto un paio di settimane fa e gli hanno fatto attraversare la strada per portarlo a una messa gremita di gente in un silenzio sospeso (quando muore una figura storica del paese, si avverte chiaramente che il tempo sta girando pagina). Se l’avesse saputo, ci avrebbe bestemmiato sopra: a suo modo, con ironia sorniona e senza amarezza. Lui capiva di essere finito a teatro e la sua poltrona era quella sedia, da cui scrutava la gente passare. Il suo bar, il “Bar Sport”, è passato per tre gestori diversi, ma sembra che da allora nessuno riesca a farlo funzionare come prima. Se non fosse stata la malattia, avrebbe provato a riaprire il giardino interno “per noi giovani”, mi disse una delle ultime volte che lo vidi (molto gentile o molto ironico, essendo io ormai un giovane di quinto pelo).

    I fuochi artificiali sancivano la fine dell’Estate con tutto quello che ogni estate aveva significato e, soprattutto, segnavano il ritorno al pensiero della scuola, verso cui cominciavo a sentirmi estraneo. Io non lo sapevo ancora, ma quello era un crepuscolo: in poco tempo tutto il mio modo di percepire il mondo, il mio esiguo mondo, sarebbe cambiato irrimediabilmente.

  6. Mastro di Chiavi ha scritto:

    Beh, diciamo che hai raccolto il mio invito nella maniera migliore, anzi in una maniera assolutamente al di fuori delle previsioni: ora mi sento come uno che, distrattamente, ha fatto una O su un pezzo di carta (usando il bordo di un bicchiere come guida per la matita) e di fianco gli è passato uno che l’ha guardato, ha sorriso, e poi a mano libera ha tracciato sul marciapiede, con un gessetto, un cerchio perfetto di circa 80 cm. di diametro …

    Non c’è che dire: come mirabilmente affermava alcuni anni fa un nostro Ispettore del mattino, Berto Pietrocci (meglio conosciuto più per una certa sensibilità nei confronti del ‘gentil sesso’ che per i suoi impeccabili trascorsi umanistici), in una sua memorabile lettera aperta al nostro Direttore del Personale, “buone letture sostengono sempre chi scrive”; ed infatti io, che da troppo tempo sono più avezzo alle riviste tecniche che ai buoni libri, ancora una volta devo arrendermi all’evidenza…. a meno che non venga un Cacciaguida, o un Alberelli, a mostrarci ancora “ciò che in Bolognina si puote” :-)

    Tra l’altro, complice la mia totale estraneità al calcio, nel ricordare gli eventi del 1982 mi sono completamente dimenticato di quello forse più importante: la saga di Paolino Rossi, con la vittoria finale ai Mondiali in Spagna.
    Ma ora che ci siamo ‘stimolati’ a vicenda, ecco che escono altri avvenimenti dell’anno, alcuni luttuosi, altri lieti, che facevano da contorno alle nostre personali vicende:
    - la Gran Bretagna dichiara guerra (!) all’Argentina: assistemmo quindi a due mesi di furenti scontri per riprendersi qualche scoglio, laggiù nell’arcipelago delle Falkland…
    - la Philips annuncia l’uscita di un nuovo rivoluzionario supporto di sua invenzione, il Compact Disc, accolto però con una certa freddezza dai discografici, che ne preannunciarono la sua breve durata (rinunciare al vinile sembrava davvero impossibile)…
    - il prefetto di Palermo ed ex-generale dei Carabinieri, Carlo Alberto Dalla Chiesa, viene ammazzato dalla mafia con la moglie e un uomo della scorta…
    - esce “Thriller” di Michael Jackson, l’album più venduto della storia, con oltre 45 milioni di copie, 7 singoli da Top 10 e 8 Grammy Awards: la critica osanna unanime il talento di quello che si sarebbe poi dimostrato il più famoso pedofilo dei tempi moderni (per quelli antichi, probabilmente la parte del leone la fa ancora Socrate)…
    - e (questo lo devo proprio mettere perché fa invece parte del MIO sport), North Carolina vince il campionato universitario di basket, con un tiro decisivo di una matricola, uno sconosciuto ragazzone di colore, tal Michael Jordan.

    Tutte queste vicende, ancora una volta, potrebbero anche (e qui mi cito addosso) farci anche porre nella giusta prospettiva il nostro perenne arrabattarci, la nostra lotta quotidiana fra piccole meschinità e umanissime fallacità.
    Ma al momento non ho la forza fisica di tracciare morali (vengo da una sveglia alle 4.30, e domani e dopodomani è uguale), le somme stavolta tiratele voi ;-)

  7. editor ha scritto:

    Piccola ma doverosa correzione> oggi la sveglia alle 4.30 è toccata a Lucia (io l’ho avuta COMODAMENTE alle 5.30, come del resto molti altri del Ruvido): ben entrata nel club…

  8. marco ha scritto:

    La realtà e la memoria.

    Le passioni ci animano e noi rincariamo, la quantità di disturbi per la ‘ettura’ della realtà è tale da rendere il ricordo come un fiume, immediatamente riflette un’immagine, una luce, più tardi le idee e i fatti vanno a fondo, trasportati qua e là.
    La realtà viene fatta entrare nella memoria, come colui che per rappresentarla utilizzava dei sassi, conservandoli in fondo al fiume.
    Delle volte li aveva messi vicino a riva, in altri tempi più in là, capitava che l’acqua fosse torbida che occasionalmente la forza dell’acqua li spostasse.
    Quando voleva ricordarsi di qualcosa, andava sulla riva o sul ponte e guardava giù: tornava sempre con un ricordo, il suo. Il suo di quando lo voleva riprendere a mente, nemmeno più quello che si sarebbe voluto ricordare, allora.

    1982.
    Ho ‘provato’ d’andare anch’io al fiume.
    E’ stato un bell’anno anche per me.
    Nell’acqua ho visto che lavoravo in fiera già da qualche anno, anche grazie a ciò ho potuto prendere la patente, all’incirca in primavera e ricominciati gli studi un paio d’anni prima, proprio nell’82, conseguire finalmente il diploma.
    Intanto avevo fatto uno studio approfondito del cancello del P1 Fornitori, era di un bel verde scuro, dei grandi quadrati di tubo dal diametro di ca. 15 cm reggevano dei fili di ferro, sempre verdi.
    Sotto lo spigolo più distante dai cardini aveva delle ruote metalliche, in terra era fissata una striscia metallica che disegnava un grande arco per ciascun battente, la ruota poteva girare solo sopra di essa.
    (Circa un quindici anni dopo, ossia quando fu realizzato l’ingresso Michelino, dopo la costruzione del pad 36, ricordate ? andai a chiudere le porte delle antipanico del Vip e appoggiai la mano sullo corrimano e lo riconobbi al tatto, quello era il tubo del cancello !)
    Con mia sorella maggiore potei partecipare al possesso di una 500 rossa e di una canadese blu, elementi ‘indispensabili’ per le vacanze.
    Prima delle quali sapevo già che mi sarei iscritto all’università e dove, Magistero.
    Finalmente l’uso di via Calzoni, in entrambi i sensi di marcia cominciava a diffondersi ma soprattutto non era più obbligatorio che tutti i mezzi che arrivavano in quartiere, avessero solo questa via per arrivarvi ed andare via, da un solo ingresso, appunto Calzoni, oltre al P1 Fornitori.
    Certo che via Stalingrado era larga la metà della attuale e tutti gli anni i grossi mezzi del Cersaie e del Saie, rompevano il marciapiedi salendoci obbligatoriamente per fare la curva, ma già si sentiva parlare d’allargamento.
    Cominciai a frequentare l’università, altro mondo, altri incontri, altri studi e altri rapporti … ma questo è un altro … gruppo di sassi !!

  9. editor ha scritto:

    Sassi a parte: posto che l’altro utente che ha scritto qui finora, il mantovano, ha già chiarito che in quel periodo si occupava di giocare a pallone e guardare le minigonne rosa, e la ‘fiera’ probabilmente era SOLO il momento in cui arrivavano in paese le bancarelle e la giostra del ‘calcioinculo’… mi vuoi dire almeno tu che lettere avevano allora i padiglioni 27 e 35? L’unica lettera che ricorgo con charezza è quella del 33 (W), e credo che si partisse con la lettera A dal padiglione 21, per il resto è notte fonda…

  10. editor ha scritto:

    Solo tu potevi farcela! Conserverò il link a questo commento gelosamente… e, non vorrei spremerti, ma… che mi dici del 34?

  11. Marco ha scritto:

    A = 24; B = 23; C = 22; D = 21; E = 26; F = 25; G = 28; H = 27; I = 31;
    L = 32; M = 48; N = 29; O = 44; P = 35; Q = Quadriportico; R = 30; S = 45; T = 49; W = 33.
    Sulle aree non sono poi tanto tanto sicuro, per il resto direi di esserci.

  12. Marco ha scritto:

    Forse …. non si chiamava doppio v per niente !
    Ma domani m’informo,… anche se … tranquillo, dormirò ugualmente !

  13. marco ha scritto:

    Pare che si identificasse il 34 solo con il primo piano, proprio perché era la prima volta che si aveva un padiglione doppio, poi comunque è sopraggiunta la storia con i suoi cambiamenti, i pad. hanno perso le lettere a favore dei numeri e si è evidenziato come necessario numerare anche il 34.

  14. editor ha scritto:

    E’ oramai ufficiale: a differenza di come scrivevo all’inizio di questo articolo del novembre 2006 (d’altronde, tre anni fa era ben difficile immaginarselo), quella del 1982 non rimarrà l’unica edizione.

    Dopo 28 anni (!), Dal 15 al 17 maggio 2010 ritorna Music Show a BolognaFiere: tutti i particolari più avanti.

  15. marco ha scritto:

    “Ventott’anni dopo”

    Un inizio un po’ alla Dumas, mi direte, avete ragione. Forse è stato proprio Dumas a centrare uno dei momenti “veri”, uno dei pensieri di quando, un po’ cresciutelli, ci si guarda indietro, dentro alla memoria.

    Come se guardassimo in un sacco, dove entra luce solo dall’imboccatura, dove infiliamo la testa per guardare dentro e con ciò ci facciamo ombra.
    In quel momento lì, nel nostro futuro c’è un po’, almeno per un po’, il nostro passato.

    La memoria balla, ballerina, e ci concede immagini un pochino vere ma anche nere, lucide o opache, disturbate come una memoria da pc troppo carica, o non più adatta; si vede a tratti, a quadratini, forse meglio allontanarsi un po’ per vedere, se non i particolari, almeno l’insieme.

    Siamo quasi all’inizio del mio lavoro, qui.
    Laggiù, vedo il quartiere con meno padiglioni, certo mancavano il 14/15 e il 16/18, come il 19/20 ma anche il 36 ed il 33/34 era finito da poco, o forse non s’usava ancora, però c’era già il Motor Show, da anni, tanto per dire….

    Non feci il Music Show, ero via: non si lavorò in molti, in quel luglio, perché sì, lo si tenne d’estate, me lo feci poi raccontare, dopo.
    Un gran palco, mi dissero, laggiù in fondo alla Romilia, tanto per intenderci, con chi c’era, per chi è venuto dopo, Romilia era l’area caratteristica della Campionaria, dove si mangiava e dove si tenevano anche degli spettacoli, nell’odierna area 48 oggi si direbbe verso la palazzina, allora si sarebbe detto in area M, verso l’edilizia, la palazzina c’era ma era vuota, esisteva solo come struttura. Era un componente dell’esposizione permanente proprio dell’edilizia che occupava una vasta area di quartiere, tra l’ingresso Michelino, il pad 36 e appunto, la palazzina.
    Solo dopo venne attrezzata ad uffici, come è ora.

    Ma il palco era ben più grande, mi dissero, di quello della Campionaria, giustamente doveva essere l’evento centrale, il cuore pulsante di quella manifestazione che non piacque molto a tanti dei colleghi di quel momento. Infatti, parte di loro erano pensionati e non apprezzavano tutto quel … “rumore” e poi specialmente gli era inviso il pubblico tipico di questa musica.

    L’ingresso, allora era aperto solo quello di Costituzione, anche se si vociferava che si stava ultimando un nuovo ingresso (A.Moro) nel costruendo pad W, (oggi 33/34) che mica per niente si chiamava così, cioè doppio essendo a due piani; chissà come sarebbe stato, ci dicevamo, allestire ed esporre anche sopra, portare su i camion, (infatti allora i mezzi entravano liberamente nei padd). Ruggero assicurava, facendo ruotare la catenella del fischietto attorno all’indice che non ci sarebbe stato problema, li avrebbe fatti mettere in fila, come tutti gli altri.

    Al Music, mi raccontarono, che quando si chiudeva, il pubblico lentamente usciva e s’assiepava sotto al portico, molti rimanevano lì il resto della notte, già pronti per andarsi a svegliare a mattina inoltrata, nel bar, per poi entrare in fiera, con calma, più tardi.
    Decisamente, pensai, si trattasse di un pubblico diverso dal solito, evidentemente, ‘quelli con la valigina’ secondo la definizione dell’onnipresente Ruggero, non saranno stati poi tanti, fra i presenti, quella volta ….

  16. editor ha scritto:

    Mi fa sempre piacere ritornare su questo articolo del 2006: un po’ perché, come ho già scritto altrove, la striscia qui sopra contiene quello che secondo me è il più bello scritto apparso finora su questo sito; un po’ perché vedo che contribuisce ancora ad ‘accendere’ i ricordi e far uscire le immagini del quartiere fieristico che ricordiamo: quello che purtroppo non esiste più, come la giovinezza di molti di coloro che ancora lo abitano… ;-)

    Grazie Marco, grazie anche di aver ricordato il mitico Ruggero: ho il dubbio che quelli che l’hanno conosciuto siano ormai una sparuta minoranza, ma anche lui appartiene – nel bene e nel male – alla storia di questo strano luogo, costruito direttamente sopra i resti dei Villanoviani… come ci insegnava nel numero 1 del vecchio Chiacchiere&Distintivo un certo Professor Alberelli… ma questo è un altro discorso :mrgreen:

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