Io non mi annoio
Avevo deciso di mettermi a scrivere qualcosa sul CRAL, accogliendo l’invito di Stefano, invece mi sono messa a scrivere di Fiera… ma mi riprometto di farlo.
Qualche tempo fa Tiziana aveva scritto una bella lettera in cui diceva che si lavora anche con il cuore, e che il suo è piuttosto lieto di lavorare con noi. Non tanto in virtù di un passato di cui ha dimenticato i fastidi, ma in virtù del fatto che ci vuole bene, pensate un po’ che bel regalo ci ha fatto! La Donna Mestizia che vive in me ha esultato, grazie Tizzi!!
Comunque anche a me piace lavorare qua, e non solo per i motivi così intimisti che ha illustrato Tiziana, ma anche perché mi piace il quartiere fieristico, versione moderna dei vecchi porti, dove si facevano affari, si scambiavano merci, si incrociavano genti di tutto il mondo.
L’estate è un periodo morto per il Personale di Manifestazione, e se si ha la ventura di vedersi assegnare un turno estivo al CPD è certamente il periodo più piacevole, perché non dirlo? Un grande quartiere assolato, silenzioso, svuotato da quel brulichio che lo caratterizza nel resto dell’anno, soltanto qualche operaio che si occupa della manutenzione: cunicoli degli impianti elettrici da sistemare, strutture portanti e pavimenti dei padiglioni da lavare, vialetti a cui togliere le erbacce, marciapiedi da restaurare, carrai da verniciare, tetti da aggiustare.
Dunque giornate lavorative di tutto riposo. Controllare che chi arriva con l’auto abbia un motivo per volere accedere al quartiere e alzargli la sbarra, meglio se con un sorriso. Leggere, parlare al telefono, scrivere, salutare qualcuno, rifarsi il trucco. Guardare le macchine sulla strada che scorrono, si fermano al semaforo, ripartono.
Un pigro caffè al bar. Incontrare Lucio e ascoltare la sua ultima barzelletta. Ci sono due vecchi compagni d’armi che si ritrovano, cinquant’anni dopo. Uno dice all’altro -Ma ti ricordi tutto quel bromuro che ci davano per spegnere i nostri appetiti sessuali ?- -Caspita se mi ricordo !- fa l’altro. -Oh, ma lo sai che a me incomincia a fare effetto adesso ?-
E’ a settembre che incomincia la baraonda.
Lavorare in Fiera è davvero come lavorare in un porto, solo che non c’è il mare.
Gente che va, gente che viene, gente che torna, gente che resta. Un osservatorio permanente su un campionario umano multiforme, sarà mica un privilegio da poco?
Dinamici imprenditori le cui foto capita di vedere sui giornali, impiegati costretti ad iscriversi in palestra per potere mantenere il corpo in attività, operai che si occupano di manutenzione costretti invece ad aspettare la sera per fermare la continua attività del corpo, squadre dell’Operosa, mulettisti, baristi, elettricisti, pompieri e noi, il Personale di Manifestazione. Quelli che, malgrado tutto, mandano avanti la baracca.
Tutti questi insieme sono la gente che resta, persone legate in maniera più o meno permanente alla Fiera. Quelli che vanno, vengono, ritornano, sono gli allestitori, che costruiscono gli stand per una Manifestazione Fieristica. Altri che vanno, vengono e ritornano, sono anche quelli che partecipano alla Manifestazione propriamente detta. Espositori, rappresentanti, operatori del settore, giornalisti, visitatori.
Gli allestitori arrivano a migliaia, con camion pieni di materiale che parcheggiano dappertutto, e per alcuni giorni lavorano sodo, per costruire strutture a volte molto complesse, che devono durare il tempo di un week end, al massimo una settimana nel caso si tratti del Motor Show.
Sono albanesi, rumeni, marocchini, tunisini, italiani, russi, bielorussi, bosniaci, palestinesi, ucraini, tedeschi, inglesi, spagnoli, greci, peruviani, equadoreni, croati, svizzeri, francesi, sloveni, danesi, brasiliani, portoghesi, somali.
Perlopiù sono giovani, con cinture da lavoro portattrezzi appoggiate ai fianchi e muscoli ben torniti, che è un piacere vederli. Vivaci, burloni, a volte mettono uno stereo con la musica a tutto volume al centro della loro zona di lavoro. Si chiamano Said, Vassillj, Valentino, Ibrahim, Salvatore, Javier, Petrov, Marcel. Qualche stronzo non manca mai, quale categoria umana può dirsene esente?
Martellano, verniciano, avvitano, segano, montano Americane, incollano piastrelle su pareti di multistrato, inchiodano pannelli di compensato. L’ultimo giorno, dove prima c’era lo spazio deserto e rimbombante dei padiglioni vuoti, ci sono decine, centinaia, a volte migliaia di stand, che sono piccoli mondi a sé stanti. A secondo della Manifestazione, il genere di mondo che viene messo in scena cambia radicalmente.
Gli stand si riempiono di merce. Stivali di coccodrillo e borchie, sandali di vitello, borse scamosciate, pezze di pelle ancora da tagliare se la Manifestazione è Linea Pelle. Rivoluzionarie creme antirughe al botulino, profumi muschiati, rossetti lucidi e opachi, prodotti per arricciare i capelli lisci e lisciare quelli ricci se invece è il Cosmoprof. Oppure trattori di tutte le misure, tagliaerba da giardino, mietitrebbia per sterminate pianure, ruspe per spianare montagne se è Eima. Additivi speciali per far durare a lungo il calcestruzzo, vernici mangiasmog, leghe rivoluzionarie per l’acciaio se è Saie. Cristalli per il benessere spirituale, candele di vera cera di vere api, palline di legno ecologico per massaggiare la pianta dei piedi, poltrone vibratorie antistress, cuscini imbottiti di semi di ciliegia se è il Sana. Moto da cross, l’ultimo modello della Lamborghini, fuoristrada che vanno dappertutto, furgoni, tute da corridore di Formula Uno se è Motoshow. Per il Saiedue invece è meglio sorvolare.
Nel quartiere sciamano standiste ben truccate e in minigonna e tacchi alti. Arrivano gli espositori, gli acquirenti, i rappresentanti, i giornalisti, i curiosi, i fotografi, i borseggiatori. Tutti indaffarati.
Ogni Manifestazione ha il suo popolo, il suo stile, e spesso le sue aree geografiche di riferimento. Arrivano europei di ogni parte, e poi libanesi, sauditi, egiziani, israeliani, sudanesi, nigeriani, russi, giapponesi, coreani, cinesi, australiani, canadesi, sudafricani, indiani, statunitensi. Negli anni questi flussi cambiano, così come cambia il mercato.
Arrivano tutti ben vestiti.. Si vedono uomini impettiti in camicia bianca e cravatta scura, oppure con la faccia rubizza in camicia arancione con collo appuntito e cravatta a pois, africani di superbo portamento in abiti tradizionali, carrozzai dalle mani annerite e crepate con il giubbotto ben stirato. Donne in tailler impeccabile, oppure a pancia nuda e tacchi a spillo, ma anche in modesta camicia giallo canarino e gonna al ginocchio, oppure in kimono di seta. Bambini in passeggino che dormono, bambini che si annoiano e piangono, bambini che vogliono tenere in mano la tessera d’ingresso.
Buongiorno. You have to go to ticket office. Merci. De rien. Desculpe donde està la pharmacia? Torni qui da me. Oui, se vous voulez. No signore mi dispiace, lei non può entrare. On the left. Do you speak English? Just a little. Un attimo solo, prego. Muchas gracias. No, questa manifestazione è riservata agli operatori. Your ticket, please. Chieda al mio ispettore.
Arrivano in aereo, in treno, in pullmann, automobile. Si fermano due o tre giorni, poi ripartono.
Gli alberghi si riempiono in tutta la città e oltre, fin nelle valli dell’Appennino, fin a Modena, Ferrara, Rimini. Le coppie clandestine si vedono costrette a saltare un incontro. I ristoranti faticano a servire tutti, e guai per i residenti che avevano voglia di un piatto di spaghetti allo scoglio. I taxi non bastano, così si possono fare code di un’ora per andarsene dal quartiere fieristico dopo l’orario di chiusura.
La città si paralizza per il traffico, l’ATC aumenta gli autobus tra la Stazione e la Fiera. Per alcune manifestazioni ci sono anche treni speciali che arrivano direttamente al sottopasso Nord, che accoglie con la sua estetica bulgara d’altri tempi. Gli impiegati della Regione si lamentano perché non trovano parcheggio per la loro macchina, il nostro Presidente arriva in elicottero per evitare il traffico.
Poi tutto finisce, dalla sera alla mattina. Finite le giacche e le cravatte, finite le minigonne in tacchi a spillo, finiti gli autobus speciali, le valigie in deposito bagagli, i bambini nei passeggini, gli uomini d’affari coreani.
Le piante tropicali vengono ritirate dai padiglioni, le guide di moquette riposte. Finita l’aria condizionata e il riscaldamento. Negli stand svuotati di merce rimangono depliant pubblicitari, avanzi di pasticceria rinsecchita, giornali calpestati, qualche pezzo inutile che era in esposizione.
Tornano le migliaia di allestitori. Said, Vassillj, Valentino, Ibrahim, Salvatore, Javier, Petrov, Marcel, con le loro cinture portattrezzi e i muscoli ben torniti, gli stereo a tutto volume. Smontano le Americane, divelgono i pavimenti, abbattono pannelli e pareti divisorie, impilano materiali sui bancali che poi i mulettisti trasportano fin sui camion. I padiglioni si riempiono di polvere e rumori assordanti, di odore di colla e sudore.
A terra, nei padiglioni ormai semivuoti, restano chiodi, avanzi di panini ripieni di mortadella, bulloni, pezzi di legno, palle di nastro adesivo con le quali ogni tanto qualcuno gioca a calcio.
I camion carichi di materiale lasciano il quartiere, intasando la tangenziale e congestionando i nostri polmoni. Ma io mi diverto, cosa vi devo dire?
ciao a tutti
Marzia Bisognin / Donna Mestizia
Lo sapevi che...?.


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