Il lupo nello scantinato

Marco Dimitri“Quando si hanno sei anni, ogni spunto diventa per i bambini strumento per costruire un’avventura, per vivere quel brivido infantile che la sera, a luce spenta, fa sbarrare gli occhi, ma di giorno trasforma in tanti capitani coraggiosi.

Del resto è il 1969 e per i piccoli abitanti di una palazzina a tre piani alla Croce di Casalecchio, estrema periferia bolognese dove le pendici delle colline sono prati e parchi pubblici, non esistono ancora videogiochi, televisione a ciclo continuo e lo sport che cadenza i pomeriggi.

Ci sono invece la fantasia, l’odore del mistero, a occupare le ore dopo la scuola, quando le porte si spalancano su pianorettoli perennemente in penombra e i bambini si riversano per le strade o nei cortili interni. Ci sono le fiabe, intrise di orchi, streghe invidiose, disobbedienti ragazzine con mantelline rosse. E c’è il lupo. Un lupo che vive nelle cantine seminterrate, a disposizione solo una finestrella a pelo del terreno per osservare i giochi dei bambini e attendere che ne arrivi uno.

Che nessuno sia ancora scomparso, inghiottito nell’anfratto più oscuro, è solo un caso fortuito perché i bambini lo sanno che là sotto vive il bestione e si organizzano quando devono scendere le scalette che portano allo scantinato.

Marco ha fatto un patto con Andrea, l’amichetto che abita al piano di sotto ed è fortunato: il vano assegnato alla sua famiglia sta proprio dove finiscono le scale. Marco, invece, ogni volta che deve riporre la bicicletta è costretto a percorrerlo tutto quel corridoio che conduce dritto dritto tra le fauci del lupo.

Lontano o vicino, però, per i due bambini non è che cambi tanto, entrambi rischiano la pelle e così, quando uno dovrà scendere laggiù, l’altro lo accompagnerà sempre. Se saranno insieme, il lupo avrà ben poche possibilità di catturarli. Tuttavia un ‘sempre’ pronunciato nell’infanzia è un principio inattaccabile che nella pratica diventa inattuabile ogni volta che la mamma chiama, la cena è in tavola o è l’ora del riposo pomeridiano.

Così capita che Marco sia costretto ad affrontare da solo il buio dello scantinato inspirando l’odore del legno gonfiato dall’umidità e della colla usata per piccoli lavori artigianali.

Il lupo è una presenza costante anche quando si è a casa, lontano dalle cantine. E’ il mantra di una ninna nanna che la madre di Marco, le volte in cui non è costretta in ospedale, gli canticchia per farlo addormentare. E’ la dispettosa presenza in attesa che si spenga la luce e, dato il bacio della buonanotte, arriva per artigliare il cuscino, alitare nell’orecchio scandendo il battito del cuore.

Marco se lo immagina tutto nero, assomiglia a Wile Il Coyote dei Looney Tunes. Ma è meno iellato: se il personaggio della Warner Bros non è mai riuscito a mettere le zampe sullo struzzo Bip-Bip, il suo lupo riuscirà a catturare un bambino. Ne è sicuro, è solo questione di tempo.

Occorre dunque correre ai ripari, cercare protezione e Marco, una sera, scarta l’orsacchiotto arruffato dagli anni, lo mette da parte, per sostituirlo con Batman, forte della sua maschera, impavido alla guida della Bat-mobile, invincibile perché lui ci sa fare quando taglia la notte a caccia di furfanti. E’ un supereroe, ma come tale ha un punto debole: all’alba il suo potere si esaurisce, torna a essere un pupazzo come tutti gli altri, un pupazzo che non può nulla quando d’estate, dopo colazione, la giornata prevede subito una scorrazzata in bicicletta.

In quei momenti, se li è sentiti addosso gli occhi del lupo e un giorno decide: adesso o mai più, l’animale lo deve stanare o quanto meno avere la prova inconfutabile della sua esistenza. Cioè lo deve vedere. Così si arma, afferra la cerbottana a doppia canna costruita con le canaline elettriche dei lampadari e scende. Nel buio prima non vede nulla, ma non per questo ha meno paura e quando il suo sguardo si fissa in un punto il lupo compare. ‘E’ bellissimo’ pensa il bambino e si accorge che non ha più paura, è solo affascinato da quella visione che lo osserva a sua volta, digrigna i denti quasi sorridendo appena distinguibile nel chiaroscuro della cantina.

Poi il lupo scompare e Marco si volta, risale le scale senza tirare il fiato e, una volta fuori, chiama a raccolta i suoi amici. «Gli adulti ci raccontano un mare di balle, il lupo c’è davvero».

Marco Dimitri nasce il 13 febbraio 1963. Suo padre è un poliziotto e in quei primi anni deve apparirgli un po’ come un cavaliere buono con la pistola quando lo fa ridere fin quasi a soffocarsi.
Anni dopo, quando nel 1986 l’uomo morirà nel giro di pochi mesi, ricorderà quei momenti cancellati dal tempo e dalle amarezze di un’adolescenza sbandata, da un bisogno d’amore che riesce a manifestare solo con la ribellione.”

da BAMBINI DI SATANA, di Antonella Beccaria – Stampa Alternativa (Collana Eretica)

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Per ora 23 COMMENTI a “Il lupo nello scantinato”

  1. Sigmundfroid ha scritto:

    E se lo scantinato di cui parli fosse l’inconscio?

  2. editor ha scritto:

    Be, davvero complimenti, caro Sigmundfroid: neanche 14 minuti per leggere l’articolo e scrivere un commento! :shock:
    Sei nominato sul campo, e a pieno titolo, Mastro Lettore di POSTFIERA.org….

    Effettivamente lo scantinato di cui si parla nell’incipit nel libro che ho citato stasera (e che, come i lettori più attenti come te ormai sanno, molto difficilmente riuscirò a leggere per intero, perché ormai mi cibo solo roba tecnica: è triste ma è così!), credo vada a parare in qualcosa di ancestrale, o se vuoi appunto di inconscio, presente in ciascuno di noi.

    Personalmente mi ha davvero colpito perché ha fatto riaffiorare, molto vividamente, ricordi infantili che credevo ormai estinti: la paura, la curiosità, o comunque l’eccitazione che mi catturava quando calavo nella cantina dello stabile in cui abitavo allora (nel Bronx di quei tempi, la Bolognina…).

    Per evitare successivi e maliziosi commenti, premetto che prima della lettura non ero assolutamente in uno stato di particolare alterazione: non ho bevuto alcolici né ceduto alle offerte di qualche Homo Bagordus… ciononostante, che ci crediate o no, per qualche istante mi è parso addirittura di sentire l’odore che si respirava in quei locali, o vedere la luce (poca) che filtrava dalle griglie all’altezza della strada.

    Beh, mi sono detto, se a me ha fatto un effetto così POTENTE, magari è qualcosa di valido anche per qualcun altro… ma queste naturalmente sono sensazioni molto soggettive, qualsiasi precisazione sui significati del testo dovresti chiederla direttamente all’autrice.

    Oppure, se non hai la mia stessa malattia (nel tuo caso, visto lo pseudonimo, riuscire ad aprire solo libri di… psicologia) potresti provare a leggerti tutte le 170 pagine dell’opera, e farci sapere se il resto del testo è così interessante come l’inizio!

  3. Mastro Lettore ha scritto:

    Caro Mastro di Chiavi,

    ho il lieve sospetto che ciò di cui parli sia, come disse il poeta, una penombra che tutti abbiamo attraversato.

    Ti racconto questa (e, bada bene, solo a te perché siamo soli): quando il bambino era bambino e il bambino dominava il tempo, per un periodo che non saprei più definire quanto lungo, avevo paura di passare davanti agli specchi guardando la mia immagine riflessa. Ero convinto che se mi fossi visto, ne sarei stato risucchiato per riemergere nell’altra dimensione (?) ed essere sostituito dalla mia immagine, che si sarebbe rubata la mia vita. Si può organizzare un concistoro di psicanalisti, antropologi e compagnia bella, ma il significato nella sua semplicità è chiaro e sfugge. Credo che questa esperienza preesista alla storia e alla parola. L’ululato del lupo, l’altro di noi, attraversa i secoli, ci accompagna. E ci interroga. Quell’ululato è nel nostro ventre.

    Non so davvero per quanto tempo questa cosa sia andata avanti. Ricordo però che i miei genitori un giorno vollero provarmi un paio di pantaloni in un negozio ed io vissi l’esperienza di specchiarmi prima con forte riluttanza, poi con angoscia.

    Ma come te sono ancora qui, con il mio lupo, con la mia ombra.

  4. editor ha scritto:

    Beh, questo post è andato in una direzione un po’ diversa da quella che mi aspettavo, ma è molto interessante anche così.

    Confidenza per confidenza… è il mio turno di passarti una mia ‘fissa’ (non so se si potrebbe chiamare davvero nevrosi) di quegli anni: quando camminavo su un pavimento di ampi pietroni (e la via della casa dove ho abitato fino a 11 anni, alla Bolognina come scrivevo più su, era lastricata proprio in quel modo) stavo sempre attento a sincronizzare i passi in modo da non toccare mai le righe.

    Più tardi ho letto da qualche parte (quando ancora leggevo, appunto) che effettivamente è una delle ossessioni più comuni, ma, a differenza di te, non riesco a ricordare bene le motivazioni. Hai qualche idea?

  5. Mastro Lettore ha scritto:

    Caro Mastro di Chiavi,

    tecnicamente si chiama compulsione: è la reazione che l’inconscio dà a una situazione esistenziale che sente di instabilità e insicurezza per recuperare un equilibrio psicologico ed emotivo che, ovviamente, rimane apparente. Chi lavora nel campo della psiche afferma che è comunissima e ci si può passare la vita con queste “fisse”. A vedere come stiamo messi un po’ tutti, non ne dubito minimamente.

    Scusa, ora stacco perché mi devo mettere il dito in bocca ogni volta che conto fino a 10 e se continuo a scriverti, magari sbaglio e la mia vita è rovinata per sempre.

    Se devi rispondere al post, per favore alle 23 esatte, dopo le abluzioni serali in cui canto 20 volte “Se sei bello, ti tirano le pietre” e il mio camomillone gigante. Grazie.

  6. editor ha scritto:

    Difficile aggiungere qualcosa ad una discussione di livello scientifico così elevato…

    Credo che un buon finale potrebbe essere farti sentire il testo della mia segreteria telefonica, così, per terminare il quadro: apparirà sulla Homepage alle 23 esatte, né un secondo prima né un secondo dopo (appunto)…

    Occhio alle pietre! :lol:

  7. marco ha scritto:

    Dove comincia il ricordo e dove finisce la diceria ?

    Si può organizzare un concistoro di psicanalisti, antropologi e compagnia bella, ma il significato nella sua semplicità è chiaro e sfugge. Credo che questa esperienza preesista alla storia e alla parola. L’ululato del lupo, l’altro di noi, attraversa i secoli, ci accompagna. E ci interroga. Quell’ululato è nel nostro ventre.

    Quel povero lupo ! E avevamo paura che ci mangiasse, mentre in realtà l’avevamo mangiato noi, allora !!
    Noi bambini terribili d’altre storie, di tante reali fantasticherie !

    La mia personale compulsione si sviluppava sopra i cordoli, lunghissimi assi d’equilibrio.
    So bene quando superai me stesso, sfuggendo al dubbio amletico:
    “Riuscirà anche questa volta il ns. eroe a percorrere questo lungo asse d’equilibrio senza cadere nel vuoto dell’aiula o del marciapiede ?”

    Fu quando riuscii a guardare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, e specificatamente quelli di bue.
    Non era un’esperienza occasionale ma ripetuta metodicamente, bastava passare dalla lattaia e prendere qualcuna di quelle paste tonde che non mi stavano in mano.
    Non si doveva respirare, altrimenti lo zucchero volava via ed allora non rimaneva che affondare il dispiacere d’averlo perso, nella grande iride di marmellata.

    E i corridoi delle cantine ?

    Odoravano di asciutto cemento, mescolato all’odore delle auto che arrivava fin là, infatti ci si arrivava anche dai garage, tragitto che facevo sempre in sella alla bici, per partire/arrivare dalla/in cantina e dovevo compiere anche una curva ceca di 90°.

    E il lupo ?

    Presto i corridoi si dimostrarono “stretti”, infatti puntando i piedi su una parete e la schiena sull’altra, (per la gioia di mia madre !) arrivavo al soffitto e in nessuna cantina, attraverso i buchi posti vicino al soffitto per consentirne l’areazione, l’ho mai visto.
    Ma anche l’avessi trovato, avrei potuto senz’altro diventare suo amico e portargli qualche “occhio di bue”, tanto in latteria il conto era sempre aperto, …. bastava non esagerare …. !!

  8. editor ha scritto:

    Bene, direi che anche tu possiedi tutti i requisiti per entrare nel nostro piccolo club: appena possibile ti faccio una copia del testo della segreteria, o al limite ti testo una copia della segretaria, oppure ti secreto una coppia di tasti, come preferisci… :mrgreen:

  9. David Lynch ha scritto:

    Cari soci Postfiera,

    visto che ultimamente avete parlato del lupo, che ne dite di venire a vedere il mio ultimo film, “INLAND EMPIRE”?

    Saluti!

  10. Priscilla Caporro ha scritto:

    Stordimento. Inquietudine. Paura.
    Urla. Panico. Sorrisi che si trasformano in ghigni. Sguardi allucinati.
    Straordinario. Devastante. Sconvolgente. Poetico.
    Difficile scrivere di INLAND EMPIRE, parlarne, cercare di articolare un discorso razionale e ben calibrato. Quando l’rrazionalità onirica lascia spazio solo a suggestione ed emozione non restano altri elementi espressivi. Si resta imbambolati, esaltati, distrutti, meravigliati.
    Solo aggettivi. Aggettivi che si rincorrono, come le identità di un personaggio che si sdoppia nelle pieghe di una trama inesistente (forse, magari, evviva!, non saprei) che si intreccia nella coesistenza di buio e luce, fra spettri di passato-presente-futuro per i quali non esistono scansioni temporali, spaziali, visive.
    Ogni volta che qualche elemento di ripartizione temporale irrompe sulla scena questo diventa causa di ilarità, di scettica ironia: per questo possiamo considerare emblematico il primo siparietto di Rabbits, nel quale le prime fragorose risate registrate del pubblico si liberano in seguito all’apparentemente ‘normale’ battuta: ‘Che ore sono?’. Ovviamente Lynch ama inserire l’eccezione: ecco perché la porta per i nuovi mondi (il foro lasciato da una sigaretta accesa impressa sulla seta) per essere davvero funzionante necessita di un orologio.
    Come in un quadro di Magritte mondi si aprono all’interno di altri mondi sovrapponendosi o distaccandosi. Porte e passaggi si aprono e si richiudono come nel peggiore degli incubi, inghiottendo ogni capacità di percezione, divorando ogni possibilità di speranza.
    Si piange, si urla, ci si dispera, si ama, si sorride.
    Si parla, ma non ci si spiega. Frasi mozzate, ammiccamenti vari.
    Comprensione in cambio di un incredibile viaggio labirintico. Comprensione che non c’è, non esiste. Finalmente.
    Non è un caso dunque che nelle prime battute si dica ‘E’ una fortuna che lei capisca’. In un mondo di incomprensione ogni minimo appiglio rappresenta un salvagente notevole.
    Lynch costruisce un circo perfetto, angosciante e depredante quanto basta a farlo diventare una caduta libera nel profondo incubo del terrore: ecco perché un volto può trasformarsi senza problemi da angelico a sofferente, concludendo la propria parabola di trasformazione nella mostruosità agghiacciante di una maschera da clown, pronta ad evolversi ancora fino a diventare una figura deforme che sputa sangue. La filmografia passata del Genio è ovunque: i rimandi si sprecano, correndo in ogni direzione, ricordandoci fra le varie cose -ancora una volta- che ‘non c’è una banda’, che non esiste più né verità né finzione. Probabilmente perché noi neanche esistiamo.
    La tana del coniglio bianco è stavolta ancora più cupa e malvagia del solito.

  11. Mastro di Chiavi ha scritto:

    A me Lynch piace solo a piccoli dosi: gli riconosco una certa genialità malata, ed in questo calca perfettamente con l’argomento di questo post, ma rischia sempre di diventare eccessivo…
    Ad ogni modo un po’ di curiosità me l’avete messa, ma considerando il numero di volte in un anno che vado al cinema, mi sa che alla fine aspetterò che esca su Sky :mrgreen:

  12. Mastro Lettore ha scritto:

    Cara Priscilla,

    ho letto già varie volte il tuo intervento “critico” (sono completamente d’accordo: “difficile scrivere di INLAND EMPIRE, parlarne, cercare di articolare un discorso razionale e ben calibrato”), ma non riesco a capire perchè tu trovi questo film così essenzialmente negativo. Io ho l’impressione contraria: che nel finale il personaggio principale, Laura Dern, abbia un’esperienza di catarsi, di riconoscimento di se stessa e, di conseguenza, di nuova consapevolezza e possibilità di rinnovamento.

    Mi dici di più? :smile:

  13. Tritatutto ha scritto:

    Caro Mastro Lettore,

    colgo il tuo sforzo interpretativo dell’opera, ma purtroppo il tuo approccio è infruttuoso e rimarrà tale: mi dispiace, ma non c’è niente da capire in INLAND EMPIRE. Tutto da comprendere. L’invito di Lynch ad abbandonarsi al flusso delle immagini e all’attività intuitiva (‘Il cinema usa un linguaggio che parla alla nostra intuizione, sa esprimere concetti che le parole non potranno mai dire. Tutti abbiamo capacità intuitive ma non ce ne fidiamo, non le sappiamo usare’), non è un’interdizione a costruire senso attorno a quelle immagini, ma, al contrario, un’esortazione a tracciare percorsi semantici fluidi, traiettorie divaganti e, soprattutto, soggettive. Abolire l’intellezione in favore dell’intuizione non significa soltanto collaborare con il film ma, principalmente, lasciare che il fatto filmico (cfr. Gilbert Cohen-Sàt) penetri nelle aree più profonde del cervello, saltando a piè pari il relais verbale e giungendo fino alle scaturigini del pensiero (‘Il cavallo venne portato alla sorgente’). Ed è qui che inizia la nostra interpretazione, alla sorgente del pensiero. Formuliamo immediatamente – e avventurosamente – la nostra ipotesi: INLAND EMPIRE mette in scena il progressivo deterioramento esistenziale provocato dal tradimento. Non si tratta d’infedeltà coniugale ovviamente, ma della rottura di un vincolo, dell’infrazione di un patto che chiama in causa l’intera persona (‘Le promesse che facciamo le onoriamo ed esigono rispetto, da noi stessi e per noi stessi. E, se necessario, s’impongono in nostra vece’, dice Piotrek il marito di Nikki a Devon, in un dialogo tremendamente serio). Il tradimento produce perdita di consapevolezza, confusione, avvilimento. Una vera e propria involuzione a uno stadio di esistenza più degradato: dalla pellicola originale al remake, dal rifacimento filmico al disfacimento psichico. E’ come se ogni atto testimoniasse l’entità morale della persona, ne manifestasse la natura profonda (‘Le persone col tempo si rivelano per quello che sono’), provocando delle ricadute a livello globale (‘Un’azione, qualunque azione, ha delle conseguenze’). Non soltanto: l’infrazione dei patti che chiamano in causa la natura dell’uomo determina una reclusione, un imprigionamento (‘Perché istigare la sofferenza?’), tradire ciò che esige rispetto comporta segregazione e oblio, prigionia e dimenticanza. Ebbene, INLAND EMPIRE è la rappresentazione – di una chiarezza accecante – di rinchiudimenti progressivi: scatole cinesi. La voce di Lynch sibila tagliente Ghost of Love, mentre Laura Dern, dopo essersi coperta gli occhi con le mani, spalanca lo sguardo sul teatro del tradimento primo, quello avvenuto sul set di Viersieben (4 7, il film maledetto basato su un’antica leggenda di zingari polacchi). Le azioni che ne conseguono – il duplice omicidio – rinchiudono la ragazza responsabile in una condizione di dolore continuo (le lacrime ininterrotte) e proiettano l’intera vicenda – ex novo – ad un livello inferiore (Hollywood Babilonia). E qui c’è un conto ancora in sospeso da pagare, l’inquietante vicina – inquietante poiché sincera e poiché Grace Zabrisikie – mette subito in guardia Nikki: ‘Un bambino un giorno andò fuori a giocare: nell’uscire dalla porta egli causò un riflesso. Il male era nato e seguiva il bambino’. E le suggerisce pure che questa ‘vecchia storia’ ha anche un’altra versione, domandandole per giunta ‘L’argomento è il matrimonio? E suo marito, lui, è coinvolto?’. Avvertimenti. Che Nikki ignora. Perché in fondo siamo in una fiaba e come in ogni fiaba che si rispetti al divieto segue l’infrazione. ‘Ciononostante ci resta la magia’, conclude la molesta visitatrice. E solo la magia può salvare Nikki dal vortice che la inghiotte fin dal momento in cui accetta l’invito a cena di Devon. Il patto è infranto (quanto suona sardonico ‘in bocca al lupo a tutti’ esclamato dal regista prima di girare la sequenza erotica!), ha inizio la spirale che trascina Nikki/Sue in un abisso di degrado (la prostituzione), abiezione (il monologo nell’ufficio AXXON N. ) e infine morte (anche se ‘solo’ nella finzione di On High in Blue Tomorrows). Soltanto l’intervento magico di un Fantasma (ancora un Ghost of Love, nonostante le apparenze) è in grado di liberarla dalla condizione di smarrimento, paura e inconsapevolezza in cui è precipitata inesorabilmente. Un intervento abbagliante che le riflette la maschera stravolta e terrificante che è diventata disonorando la promessa, rompendo il vincolo della fedeltà (a se stessa prima di tutto). E che, conseguentemente, scarcera la ragazza piangente, ricomponendo la frammentazione e proiettando il film in una dimensione anteriore alla scissione originaria, una dimensione di pura luce: ‘Il cavallo venne portato alla sorgente’. I can see there!

  14. marco ha scritto:

    Grande, mi è piaciuto molto questo commento, mi sembrava di vedere il film.
    Cercherò di vederlo anche dal vero.

  15. editor ha scritto:

    Non c’è che dire, fortunatamente anche fior di intellettuali gravita qui su POSTFIERA.org e riesce un po’ ad alzare il livello culturale, seriamente compromesso da qualche baggianata che inserisco io… :mrgreen:

    Non ho visto il film e quindi non faccio commenti su questo, ma mi rivolgo a Mastro Lettore: molte cose si capiscono da un IP Address per chi sa leggerlo, ed io per esempio noto che sei uno dei frequentatori abituali di questo spazio. Perché allora non ti registri e cominci anche tu a scrivere qualche articolo? Ad esempio, potresti partire proprio da una tua recensione su questo film, oppure aprire un altro argomento di tua scelta, che avrebbe comunque la piena visibilità dell’HomePage.

    Come dicevo scherzando più sopra, ma ribadisco ora seriamente (parafrasando lo zio Sam): questo sito ha bisogno di gente come te!

    I want YOU for POSTFIERA.org!

  16. marco ha scritto:

    Voglio accodarmi alla richiesta di Editor, ti aspettiamo !!

  17. L'altro dei due amici ha scritto:

    Mulinex a tutti!

    C’è il mio amico che ha mangiato del purè, molto purè, e dice che:

    1. Esiste un chiaro riferimento a “La doppia vita di Veronica” di Kieslowski (non è per niente casuale che la donna sia doppia e una delle due proprio in Polonia).

    2. E’ appunto possibile concepire Nikki anche come la reincarnazione della ragazza rinchiusa nella camera in lacrime: sono la stessa persona non solo in due dimensioni spaziali (la frammentazione interiore dell’essere umano che cerca l’integrazione delle parti e l’armonia), ma anche in due dimensioni temporali diverse. Questo gli fa pensare, al mio amico, voglio dire, che la vita ci rimette davanti al nostro irrisolto: non possiamo veramente accedere al futuro fino a quando non abbiamo risolto ciò che del passato ce ne impedisce l’accesso – e fino a quel momento siamo destinati a restare davanti alla stessa sfinge o, meglio, lo stesso mostro, che abbiamo creato.

    3. La protagonista è e resta la stessa nei tre film “a scatola cinese” (ma non c’era mica una scatolina magica anche in “Mulholland Drive”?): nel primo è bloccata (prigionia), nel secondo fallisce (morte), nel terzo vive la crisi e la risolve (liberazione).

    ..O è il contrario? :shock:

    Allora la domanda è: ma cosa c’hanno messo dentro al purè per ridurlo così, ‘sto ragazzo?

    P.S.
    Il mio amico è offesissimo che tritatutto gli ha detto che non ha capito niente e ha deciso di fare un film sulla rimozione per vendicarsi: 3 ore di un tizio che si snaricia in faccia a Gilbert Cohen-Séat e sua suocera che lava i panni alla sorgente del pensiero, declamando il manifesto del razionalismo bulgaro.

    Quando il film è finito, glielo spediamo a Lynch, altroché!

  18. Roy Menaroni ha scritto:

    Mentre il tuo amico fa il film, guarda cosa hanno filmato questi due amici:

    http://www.youtube.com/watch?v=Ut6zdE8qWj0&mode=related&search=

  19. Mastro di Chiavi ha scritto:

    Mi pare che anche questo, un po’ come il celeberrimo A volte ritornano, stia un po’ diventando il post della (Casa delle?) Libertà: ognuno scrive quel che gli pare.
    Ma va bene così, e lungi da me l’idea di recriminare: d’altronde, col nuovo sistema di valutazione, ogni commento ne alza la popolarità, e non casualmente questo articolo sta infatti scalando quella classifica.

    Però, devo dire che da un maestro come Lynch, citato da molti di quelli che hanno scritto qui come un intellettuale di riferimento, mi sarei aspettato qualcosina di più: aldilà dei molteplici fuck che si ascoltano nel filmato, il pregnante concetto ‘Cheese is made from milk’ forse lo poteve esprimere anche Polisi (in spagnolo, naturalmente :lol: ).

    Ma devo confessare che io con l’arte c’entro come il due di coppe quando briscola è bastoni (prova ne è che ai tre quarti dei capolavori di Arte Fiera darei subito fuoco senza rimpianti), quindi non capisco pienamente ma… mi adeguo :shock:

  20. Enrico Ghezzi ha scritto:

    Capire INLAND EMPIRE? Facile: è sufficiente analizzare “Die AchterScheisse der Doktor Schuher”, ripreso da un graffito indiano del 1394 a.C., che si propone come un freddo ritratto di una sintesi ermafrodita ante-litteram; successivamente viene reso da Steinson nella sua versione attuale come un insieme catartico di sequenze di immagini, un’unione antitetica di tematiche trasformate in pulsioni pseudo-oniriche.

    Certamente ci si accorge che in un ambiente di smarrimento dovuto a disposizioni colte e pulsanti, il contenuto emozionale potrebbe riscoprirsi probabilmente metagodardianamente, raccontando del concetto dei pericoli e della stupidità del sistema, confrontato alle casualità di Magnusmann.

    Credo comunque che Restard abbia ragione quando asserisce che INLAND EMPIRE sia solo un calderone di precessioni causa-effetto.
    Senza dubbio possiamo notare che in un contesto di ermeneuticità derivato da queste precessioni conformiste, il protagonista si potrebbe addirittura vedere pseudokafkianamente.

    D’altra parte non ci si potrebbe trovare d’accordo con Bodsoix quando afferma con forza che il film di Lynch sia soltanto un’esibizione di stile attraverso un uso smodato di sonorità mute, e basta.

    Certamente, confrontando “Die AchterScheisse der Doktor Schuher” con INLAND EMPIRE, ci si accorge che e’ presente in “Die AchterScheisse der Doktor Schuher” una sensazione di smarrimento che quasi mai abbiamo trovato in opere del filone “Le homme dequeulasse”.

    Si potrebbe invece concordare con Chaltard quando scrive che INLAND EMPIRE sia soltanto un esercizio registico per mezzo di uno sfoggio eccessivo, un grigio spaccato del modernismo di una logica anabasica fredda.
    Ed in questo ambiente di pseudocasualità derivato da disposizioni luminose indubbiamente godardiane e conformiste, Lynch si potrebbe reinventare preterbiograficamente malriuscito, narrando del senso del bigottismo e dell’inutilità della borghesia paragonato alle pseudocitazioni di Sergeijvic.

    E d’altronde sarebbe arduo trovarsi completamente d’accordo con Resdoi quando insinua che il preteso capolavoro di Lynch sia soltanto un esercizio di stile registico per mezzo di uno sfoggio ridondante di presenze sceniche, una sorta di melting pot pleonastico di introspezioni prolattiche.
    Forse, paragonando “Un mer dequeulasse est mort” a “Fleur imbu est mort”, ci si può invece rendere conto che il film, in definitiva, è permeato da un fil-rouge di pulsione che pochi altri registi sono in grado di offrirci.

  21. L'aiuto-cuoco ha scritto:

    Il purè ha colpito ancora! :twisted:

  22. Mastro di Chiavi ha scritto:

    Correggo la mia affermazione precedente: ora ho smesso di seguirvi :???:

  23. marco ha scritto:

    Il purè mi piace molto !! :razz:

    Posso intuire qualche significato di questa … portata .. (!) ma se mi ricordo bene cosa si diceva a scienza della comunicazione, scuola di Palo Aalto, (il prof. più famoso mi pare si chiamasse P. Watzlawick, ne avrò senz’altro storpiato il cognome)
    il numero degli ascoltatori viene definito tramite lo strumento e il metodo utilizzati per esprimere un concetto
    e, caro signor “Enrico Ghezzi”, mi pare che lei voglia fare selezione.

    Sperando di ricevere “portate e portate” di valente significato partecipato, vi saluto cordialmente,

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