Le vie delle acque… non ancora

Via della Grada quando il canale era ancora scopertoDurante una biciclettata nei luoghi nascosti della nostra città, alla storia si sovrappongono i drammatici eventi di attualità; e così andare alla scoperta delle proprie origini diventa un modo per ritrovare la lucidità e la pace, indispensabili per (provare a) costruire insieme un percorso di tolleranza. Ancora una volta, la parola e un grazie al nostro ‘storico di fiducia’: Marco.

E’ successo in Francia: più di un centinaio ci hanno trovato la morte. Domenica c’era la passeggiata, ma si proponeva non farla, e portare invece un mazzo di fiori al consolato francese.

La proposta viene in parte accolta, ovvero si accetta di passare dal consolato, ma non di rinunciare al programma: vogliamo continuare a vivere la nostra vita, senza farci impressionare dal terrorismo. Non ancora.

Non troviamo un fioraio aperto, ma sarà sufficiente un pensiero; una preghiera è un’opzione che non piace a tutti ma il totalitarismo si deve combattere a qualsiasi livello. E intanto, a guardia del consolato, ci sono due soldatesse.

Riprendiamo la direzione della passeggiata, il verso è quello giusto, fuori per S. Isaia e poi a destra, per arrivare alla Grada, dove ci fermiamo a ricordare il cancello che chiudeva l’accesso al canale. Solo qualche decennio fa arrivava fin qui, quando via Sabotino non esisteva ancora, come anche via Valdossola; infatti le strade furono realizzate come copertura del canale, che scorre ancora al di sotto.

La “tombatura” dei canali e del fiume bolognese, ossia l’Aposa, è sempre stata portata avanti per recuperare spazio, come se fossimo in montagna; in tutte le epoche i concittadini hanno sempre cercato, non appena l’acqua non serviva più come forza motrice o per altri usi, di costruirci sopra; magari per non sentire il cattivo odore, poichè da sempre veniva usata anche come fognatura, per uomini e animali.

Il letto sotterraneo dell'Aposa

I mezzi d’informazione parlano di 120 morti, forse più. Saranno poi di più, in questi frangenti aumentano sempre, dopo un po’, purtroppo. Come è successo per l’aereo russo in Egitto e prima a Beirut, per parlare solo degli ultimi. Pure non mi pare fossero poi molto differenti da noi, anche se ne abbiamo parlato meno. I francesi sono europei, come noi. Sono soprattutto più vicini.

E noi, in bici, siamo qui a difendere la nostra tranquilla quotidianità, la nostra libertà. Come quella dei francesi che già ieri, erano fuori a fare jogging, di prima mattina.

Davanti all’ingresso della Certosa, ricordiamo la “gabella”, il baraccotto dei gabellotti, le guardie che richiedevano il pagamento della tassa di passaggio, con il salvagente appeso sulla porta, perché in tanti si buttavano nel canale. Qui, come al Ghisello.

Sul vecchio passaggio del tram e prima del vaporino per Casalecchio, ci fermiamo a guardare i resti della prima chiusa e la casa dei ghiacci, dove questi venivano prelevati dal canale e buttati nel fiume, perché altrimenti avrebbero danneggiato le ruote dei molini.

Spiego agli amici come la parete del canale sia stata costruita in galestro, un’arenaria; per non farla stare a contatto con l’aria e l’acqua, che prima o poi l’avrebbero distrutta, i costruttori – definitesi “ramisani” – la coprirono di mattoni.

La primaria chiusa e il primo canale fu dovuto ai Canonici renani, perché appunto abitavano sul Reno, il nostro Reno. Ma quella che avevano realizzato, era di tronchi e fascine, appena passava una piena, era da rimettere in ordine.

I “ramisani” vendettero la loro opera al Comune dopo pochi decenni, così come avvenne anche per il canale di Savena, anche se quello lo vedremo un’altra volta. Quest’opera rimane comunque, fra quelle sempre in funzione dalla creazione fino ad oggi, l’attivazione idraulica più vecchia del mondo! Questo fatto crea stupore, ma il fatto è che pur esistendo tantissime altre opere idrauliche, non sono state in funzione in misura continuativa, fino ai giorni nostri.

Qui incrociamo un’altra amica che s’aggrega al gruppo. Andiamo a vedere la cascata di Casalecchio, dove nessuno pensava potesse essere presente un giardino di questo tipo, veramente un luogo ameno, dove stare al fresco d’estate!

La chiusa del Reno a Casalecchio

Informo gli amici dei lavori legati alla potenza dell’acqua, lavori che caratterizzavano la costruzione del canale, cioè della seta e dei piccoli lavoratori, ovvero bambine e bambini, in essa impiegati, in condizioni disagiate e “torturanti” di per sé e ancor di più perché rivolte ai piccoli (lavorare con le mani nell’acqua bollente e quasi al buio, causa pregiudizi, per recuperare i fili della bava del bruco, o sostituire velocemente i rocchetti, appena riempiti di fili, con altri vuoti; con la certezza che, in qualsiasi caso, la macchina non si sarebbe fermata). Di come, peraltro, gran parte della nostra ricchezza odierna, derivi proprio da quei poverini.

Un po’ come quei bimbi che lavorano ancora nelle miniere, nelle fabbriche e in altri luoghi del genere; ancora oggi come quelli di un tempo, quando dovrebbero solo pensare a crescere. Ma da diversi secoli, qualcosa è cambiato? Non ancora.

Risaliamo lungo il canale, fino al parco Talon, per vedere il primo ingresso del canale, nei pressi della diga, dove ricordiamo il nome del costruttore delle gabbie in ferro, Maccaferri, (gabbioni tutt’ora in produzione); già allora (‘800) infilati sotto terra, sotto il letto del fiume, per tenere la chiusa aggrappata alla terra stessa, al suo posto.

Abbiamo visto passare l’acqua nell’inizio del canale e poi siamo andati sotto al canale, per guardarlo dal basso, dal livello del ponte della Pace. Che livello di tolleranza è necessario al mondo? E’ possibile la pace, senza tolleranza?

Da qui si possono vedere le paratie, servono per scaricare nel fiume la sabbia e i sassi che si depositano sul fondo del canale, costruito semplicemente pendente verso il fiume, proprio perché fosse possibile tenerlo pulito, con il minimo impegno.

Arrivati alla nuova centrale idroelettrica di Casalecchio abbiamo visto, grazie alle foto del libro, come era fatto il convento dei frati Canonici Renani, ovvero del Reno, i primi iniziatori dell’idea di canale per alimentare i molini. Praticamente è stata conservata solo l’idea del piano terra del convento.

Si riprende la marcia, correndo con l’acqua verso la città, verso la Grada, dove abbiamo ricordato la conceria che qui trovava spazio, come anche della generosità di un lavandaio che ha sacrificato la propria vita, per salvare quella di due giovani, caduti nel canale.

Ho già raccontato qui il particolare dei “sorrisi rosa” che sorridevano dalle pance dei carbonai, quando al termine della giornata di lavoro, venivano qui a lavarsi, sul lato sinistro del canale entrando, mentre di fronte avevano le lavandaie che li prendevano in giro, per via di quei larghi sorrisi, dovuti al fatto che mentre lavoravano, vicino ai bruciatori, si toglievano anche la camicia e piegandosi a terra per caricare le pale, la polvere sollevata, si depositasse sui dorsi piegati in avanti.

“Ma quanto era largo il canale ?”
“Come la strada”
“Bello largo, allora.”
Si, puzzava, con sempre meno acqua… puzzava ma anche questo fiume di auto, puzza.

Chiesa di Santa Maria e San Valentino della Grada

Arrivati alla chiesa a cavallo del canale, ci fermiamo a considerare gli usi che i cittadini facevano dell’acqua del canale, oltre che per la forza motrice. Lavare e lavarsi, poi bere, anche… e la chiesa eretta dai cittadini alla Madonna, per ringraziarla di aver fatto cessare la peste, mi suona come uno strano significato, pensando che la peste, visto quel che facevano con l’acqua, se l’andavano anche a cercare.

E mentre guardavo l’arco sbassato che sotto la chiesa, scavalca il canale, mi ritornano in mente diversi episodi delle frizioni fra Chiesa e Scienza, come quella che avvenne ai tempi del padre di Bologna, S. Ambrogio, vescovo di Milano, reggente la regione arcivescovile comprendente anche la nostra città e i suoi discepoli; come S. Petronio e S. Agostino, S. Cirillo e S. Metodio, e una studiosa d’Alessandria d’Egitto, Ipazia. A come sarebbe potuta cambiare l’umanità, se avessero fatto un gesto di tolleranza ed umanità… ma questa è un’altra storia… forse per un’altra passeggiata.

Siamo poi passati davanti a palazzo Gnudi, indicando agli amici uno dei primi tratti coperti del canale: fu coperto nel 1600, proprio per dare più spazio a questo palazzo nobiliare. Cosa che poi era sempre capitata coprendo, volta volta, un pezzo di Aposa, di canale, di Savena… abbiamo visto gli affacci delle case di via Falegnami, su un pezzo di canale aperto, solo per chi ci si affaccia come su di un… cortile!!
Via Falegnami, dove lavoravano questi artigiani, proprio perché avevano bisogno della forza dell’acqua, per far funzionare le proprie macchine da lavoro.

Abbiamo proseguito poi per via Righi, considerando anche l’uso militare che si faceva dell’acqua: sia per riempire i fossati preparati in difesa della città, che come arma d’offesa, allagando gli accampamenti dei nemici, grazie anche alla rottura di qualche argine.

Siamo passati in via Capo di Lucca dove dell’acqua si può sentire solo lo scrosciare, fino alla fine di via del Pallone, indicando dove scorre; per arrivare poi a porta Galliera, indicando nel fossato fuori dalla porta, il condotto del canale. Seguendo metaforicamente il quale, stiamo per arrivare al sostegno della Bova, ovvero vecchio porto, dove già arrivavano barche abbastanza grandi, quindi palesando la necessità di un porto più interno, più comodo, anche se più piccolo.

E pensando ad un porto piccolo, ci viene da pensare fosse un porto da poco, invece è vero il contrario, Bologna in quei secoli, è stato uno dei maggiori porti europei!!

Rientriamo in città, presentando agli amici i condotti da dove provengono le acque che scenderanno verso la pianura, quello più grande porta le acque del Savena e dell’Aposa, già unite a quelle della maggior parte del canale delle Moline, mentre l’altro, più piccolo, conduce qui solo quella che arriva dal porto del Cavaticcio, o porto nuovo, più interno alla città, dove infatti vi era la dogana, poi anche chiesa (ma la chiesa non è una dogana!) e di fronte alla quale vi era e vi è la Salara, deposito del sale, una delle casseforti della città.

Altre “casseforti”, questa volta del pensiero tecnologico che qui si è poi sviluppato, anche nella nostra era dei motori, elettrici o a scoppio, fu il grande sviluppo del trasporto dell’energia dell’acqua, tramite ingranaggi di legno, come ruote dentate di diversa fatta e proporzione; o con l’utilizzo di pesi, bilanciamenti e movimento accumulato, da restituire successivamente, a richiesta.

Un po’ come la storia della nostra città che ci ritorna in mano, quasi senza volere, con la libertà delle cose sempre disponibili, se le vogliamo. Ce la possiamo dimenticare ? Non ancora.

Un saluto da Marco

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